Pane e Pomodoro

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Quando imparare la lingua italiana è ancora più difficile

Pane e Pomodoro

Pane e Pomodoro

Un doppio laboratorio, di orticoltura e cucina per un gruppo di persone sorde, giovani e adulte, straniere. Ecco cos’è il Progetto Pane e Pomodoro, attivo dal 2016, ideato dalla Fondazione Gualandi, che da anni si occupa di ragazzi e adulti sordi in condizioni sociali e comunicative di grande disagio, e sostenuto dalla Fondazione del Monte.

L’opportunità è nata dall’offerta di un terreno di circa 2.000 mq in comodato gratuito, da parte della famiglia Benni, in via Felice Battaglia, nella zona a sud ovest di Bologna. Al momento del comodato il terreno era incolto, ora è coltivato per circa tre quarti. L’idea della Fondazione Gualandi risponde a bisogni diversi: far emergere competenze concrete dei ragazzi e adulti sordi, spendibili in eventuali percorsi di orientamento lavorativo, realizzare percorsi di alfabetizzazione della lingua italiana in situazioni concrete, dedicarsi ad un progetto al di fuori delle aule della Fondazione per evitare rischi di chiusura e infine dare visibilità alle potenzialità di un’utenza “invisibile” che non trova risposte sul territorio.

Al lavoro sul terreno di via Battaglia e nelle cucine ci sono ad oggi venti persone sorde tra i 20 e i 55 anni che vengono da Moldavia, Romania, Albania, Kosovo, Marocco, Pakistan, Somalia. A prevalere sono i giovani, ragazzi e ragazze, le cui difficoltà che derivano dal percorso migratorio si uniscono a quelle derivanti dalla difficoltà comunicativa, da percorsi riabilitativi tardivi, da diversi livelli di scolarizzazione e dalle carenze linguistiche verbali e segniche.

Le diverse attività che compongono il progetto Pane e Pomodoro (il corso di lingua dei segni e l’alfabetizzazione alla lingua italiana, le attività formative e pratiche in aula, orto e cucina per la trasformazione dei prodotti) sono accompagnate da educatori  interpreti, tecnici della Cooperativa Agriverde, cuochi professionisti, personale esperto della Fondazione Gualandi.

Le foto sono prese dal sito di Fondazione Gualandi